Manifesto per l’insurrezione anarcofrocia

Siamo una manica di drag queen urlanti? Sì. Siamo un’armata di lelle combattenti? Sicuro. Siamo froci e froce, uomini e donne trans*, succhiacazzi e leccafregne, scherzi della natura e meravigliose favolosità.

La morale vorrebbe la nostra totale docilità: puoi essere quello che vuoi, a patto di inseguire il più possibile un modello di esistenza eteropatriarcale: un* compagn*, la prole, uno stile di vita in tutto e per tutto uguale a quello del bravo cittadino uomo, cisgender, bianco, etero e coi soldi. Questa non può essere considerata una conquista. Ci troviamo di fronte politici gay, con programmi arcobaleno, che ci promettono a reti unificate il matrimonio con i/le nostr* partners, ma è questo quello che vogliamo davvero?

(continua)

Non vi è nulla di ontologico
nel concetto di differenza; è solo il
modo in cui i padroni interpretano
una situazione storica di dominio

mio marito restituisce al distributore tutte le copie di Visto con l’inserto omofobo 
[con messaggio]
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mio marito restituisce al distributore tutte le copie di Visto con l’inserto omofobo 

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NEW YORK .
All’inizio era solo un mugugno. Preoccupati per la “Brexit” (Britain exit), come è chiamata la prospettiva di una uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, i banchieri della City, e in particolare gli “ambasciatori” dei colossi di Wall Street, avevano cominciato a lamentarsi tra di loro e con l’entourage di George Osborne, cancelliere dello Scacchiere di Sua Maestà.
«Vogliamo che Londra resti nell’Europa», ripetevano in ogni incontro nei club o nelle sale del Tesoro. «Se ve ne andate, il nostro business verrà frammentato e la City ne subirà le conseguenze ». Ma l’ondata euroscettica che negli ultimi mesi ha cambiato la geografia politica britannica, suggerendo al premier David Cameron di lanciare per la fine del 2017 un referendum proo- contro la Ue, ha convinto le banche americane a passare dagli avvertimenti generici ai preparativi concreti per la fuga. In caso di divorzio inglese, fanno sapere, sono già pronte a trasferirsi all’estero. Dove? A Parigi, a Francoforte o, con maggior probabilità, a Dublino, per i vantaggi che offre loro l’Irlanda in termini di lingua, di facilitazioni fiscali e di somiglianza delle legislazioni.
Londra rischia grosso. Negli ultimi 15 anni circa 250 banche internazionali, attratte da un mercato unico europeo da 16mila mila miliardi di dollari, hanno consolidato nella City le loro operazioni finanziarie nel vecchio continente. Gli effetti si sono visti non solo nello skyline londinese, con la costruzione di nuovi grattacieli avveniristici e la ristrutturazione di palazzi storici, come quello della Goldman Sachs lungo Fleet street, ma soprattutto in termini economici e occupazionali. Si calcola che in Gran Bretagna due milioni di persone lavorino nella finanza o in attività collegate, contribuendo al 12,6% del Pil e al 12% degli introiti fiscali. Il surplus commerciale prodotto dal settore finanziario è di 71 miliardi di dollari.
La “Brexit” farebbe però venir meno quella sorta di “passaporto europeo” di cui hanno goduto finora i banchieri internazionali della City. La Ue imporrebbe limiti all’attività da paesi terzi: per poter continuare a operare negli altri paesi del vecchio continente, gli istituti americani e esteri sarebbero costretti a spostarsi altrove, trasformando Londra in una sorta di centro “off-shore”. «Certo, traslocare è complicato e costoso, ma non impossibile», dice al Financial Times, Barney Reynolds, un partner dello studio legale Shearman & Sterling. E secondo voci raccolte dal quotidiano economico britannico, tre giganti di Wall Street — Bank of America, Citigroup e Morgan Stanley — avrebbero già individuato nell’Irlanda la loro nuova, ipotetica sede europea. Paradossalmente è il percorso inverso di quello compiuto negli ultimi anni, in cui — su pressione delle autorità bancarie britanniche, ma anche per ragioni fiscali — le banche americane tendevano a spostare tutto da Dublino a Londra. Ad esempio la BofA (Bank of America) ha appena trasferito in Gran Bretagna il suo business da 600 miliardi di dollari di reddito fisso e prodotti derivati.
Per ora la Goldman Sachs, che ha sempre avuto una importante presenza in Europa tramite il quartiere generale di Fleet street (Peterborough Court era la vecchia sede del Telegraph), non ha piani precisi per la fuga. «Ma sia chiaro», tuona Michael Sherwood, vice-presidente del gruppo: «Ogni minaccia alla permanenza della Gran Bretagna nella Ue, è una minaccia al mondo britannico del business». Il dirigente della Goldman Sachs non è il solo a pensarla così: secondo un sondaggio condotto pochi mesi fa da TheCityUK, una lobby bancaria, l’84% dei dirigenti finanziari sono contrari al “Brexit”. Il problema? Che non lo possono dire a voce troppo alta perché, in un momento in cui i banchieri non godono di buona fama, una presa di posizione esplicita rischia di avere un effetto contrario alimentando il partito degli euroscettici.
la Repubblica 19 agosto 2014

Io dico che opinare significa parlare e che l’opinione consiste in un discorso esplicitamente pronunciato.

– Platone, Teeteto, 190a

Abolish 69

Aboliamo il 69, subito: non il numero, ma la posizione sessuale. Che è indice di un rapporto non sano, asettico, della contemporaneità con il sesso. Ossia dell’assunto che il sesso debba essere per forza reciproco e orgasmo-centrico. Quasi più un dovere che un piacere, il 69 secondo l’autrice è la negazione stessa dell’epicureismo.

Glasgow is truly in the house with local legends Slam and Silicone Soul taking over Subculture this Saturday. @SiliconeSoul recorded this mix ahead of the event, Here’s what they had to say about the last 20 years…


“Aside from being all round charming fellows, Harri & Domenic and the guests we heard at the Sub Club were a great inspiration when we started out and we’re delighted to join in the celebrations of 20 Years of the finest house music at Subculture. We’ll raise a glass or a few to many more to come. Here’s a selection of our current favourites that have been causing trouble on our travels. See you all on Saturday…”

Tickets for Sub Club on Saturday on sale here: http://www.residentadvisor.net/event.aspx?611626

La crescita economica è stata per lunghi anni l’obiettivo da perseguire con ogni mezzo nei Paesi del capitalismo avanzato. Ma il prezzo che si è dovuto pagare anche in termini di distruzione dell’ambiente è stato altissimo. Per non dire dei costi umani. Con l’emergere di nuovi schiavismi e, dall’altro lato, di modi di vita iper consumistici, alienati e alienanti. L’evidente crisi strutturale di questo modello economico può essere, però, anche l’occasione buona per un cambio di marcia; per studiare nuovi e più sostenibili modelli di sviluppo. Ma per riuscire a farlo in modo efficace oggi occorre allargare lo sguardo oltre i confini dell’economia, coinvolgendo anche la filosofia, l’antropologia e la psicologia, suggeriscono gli economisti autori di Quale crescita (L’Asino d’oro edizioni).

Con questo volume, i curatori Anna Pettini e Andrea Ventura, insieme a Ernesto Longobardi e ad altri studiosi, aprono un dibattito multidisciplinare che mette in discussione molti idoli dei nostri tempi. A cominciare dal mito della crescita esponenziale e dalla fede nel Pil. «Il prodotto interno lordo conteggia il valore della produzione delle attività che hanno un controvalore monetario. Non è un indice di benessere», spiega l’economista Anna Pettini. «Basta dire che dal prossimo autunno, per direttiva comunitaria, conteggerà anche l’economia illegale: droga, prostituzione e contrabbando. Senza che nessuno protesti, dal momento che aiuta ad aumentare il Pil», rileva la docente di Economia politica all’Università di Firenze. «L’idea che maggiore attività significhi maggiore movimento e creazione di ricchezza e che, da questa, si crei necessariamente benessere è completamente da rivedere», dice Pettini. «Questa equazione era sensata quando c’erano da comprare il frigorifero e la prima automobile, oggi la questione è più complessa. Come evidenzia da alcuni decenni l’economia della felicità sottolineando la rottura del nesso causale: più ricchezza- più felicità».

Il lettore è un nomade che occupa spazi che non gli appartengono al fine di impossessarsi di significati, di simboli ed oggetti culturali che non ha prodotto. Un bracconiere che caccia nelle terre del re, rispondendo alla strategia precostituita dell’istituzione con la tattica della ri-appropriazione quotidiana.

Michel De Certeau