mercoledì 22 ottobre / absolutely queer disco night / @casseroBO 

la sezione editoriale “Quello che le amiche vogliono che io legga”, tra i regali per il mio compleanno

mercoledì 15 ottobre h 23 - absolutely queer disco night @casseroBO

NESSUNA polemica, per la prima volta. Il festival che più fece scandalo tra i benpensanti, non dà più scandalo. Perchè «per la prima volta le battaglie di gay, lesbiche e trans non sono solo nostre ma fanno parte delle istituzioni ». Lo racconta Vincenzo Branà presidente del Cassero, presentando Gender Bender: «Per la prima volta un pezzo di paese scende in campo con noi». La “disobbedienza” del sindaco Virginio Merola nei confronti del ministro Angelino Alfano, per difendere la registrazione delle nozze tra gay, fa sentire il Cassero meno solo. «Siamo stati precursori nell’affermazione di nuovi diritti – ha sottolineato ancora Branà – nella presentazione, in maniera più complessa, di tante identità diverse. Il sindaco Merola ci ricorda ora che nella disobbedienza pacifica sta la conquista dei diritti, e noi ritroviamo il senso di una politica che cerca di andare avanti ».
Gender Bender, ora premiato anche dal Ministero dei beni culturali con un contributo di 8mila euro, indossa la casacca di Superman: «Ci sentiamo dei supereroi che rispondono al richiamo di una comunità lgbt in cambiamento e di una città, Bologna, a caccia di stimoli per dar vita a una nuova stagione», dice Daniele Del Pozzo, direttore artistico (che la maglietta di Superman ieri l’indossava sul serio). Quest’anno non si occupa solo di identità sessuali, tema comunque dominante, ma anche di anziani e di malati, offrendo persino con Coop Adriatica un laboratorio di danza della coreografa Silvia Gribaudi a signore over 60 che lo trasfor-meranno poi in un flash mob tra le corsie del supermercato di Piazza Martiri.
L’assessore alla cultura Alberto Ronchi conferma: «Il Cassero è un luogo di importanza strategica per le nostre politiche culturali e il Festival un punto importante nelle nostre programmazioni, capace di tessere relazioni internazionali». Il programma dal 25 ottobre al 2 novembre riunisce sotto il titolo “Buon costume” 73 appuntamenti in 9 giorni, con 33 repliche di 15 spettacoli, 27 proiezioni, 3 concerti, 5 incontri. E tra i tanti nomi si ritrova quello di Jonathan Blake, tra i protagonisti del film “Pride”, presentato in anteprima nazionale il 29 ottobre all’Odeon: incontrerà il pubblico per raccontare una storia di solidarietà tra gay, lesbiche e minatori del Galles. Oppure si ritroverà Jone San Martin con una coreografia di William Forsythe (l’1 novembre al Sì). E ci sarà uno spettacolo per bambini di Alessandro Sciarroni, “Joseph kids” con Batman e Robin, il 29 ottobre al Testoni Ragazzi.
PAOLA NALDI
la Repubblica 10 ottobre 2014

Benedetto Vecchi - il Manifesto 7 ottobre 2014

Una scrit­tura chiara, essen­ziale per esporre le con­trad­di­zioni del capi­ta­li­smo, sia quelle con­na­tu­rate al suo svi­luppo, sia quelle che potreb­bero por­tare all’implosione, se non al suo «crollo». Poi, improv­vi­sa­mente, una devia­zione improv­visa da una espo­si­zione che ricorda più un manuale che non a un sag­gio teo­re­tico. E il libro diventa improv­vi­sa­mente un dia­rio di viag­gio den­tro una crisi attorno alla quale sono molte le inter­pre­ta­zioni, ma della quel in pochi rie­scono a vedere la fine. Le parti più avvin­centi di que­sto Dicias­sette con­trad­di­zioni e la fine del capi­ta­li­smo (Fel­tri­nelli, pp. 336, euro 25) scritto da David Har­vey sono quelle che il geo­grafo sta­tu­ni­tense dedica pro­prio all’ipotesi, per l’autore remota, di un crollo finale del capi­ta­li­smo. E que­sto accade quando dalla cor­nice teo­rica Har­vey spo­sta il fuoco dell’analisi sui feno­meni sociali e poli­tici che carat­te­riz­zano ogni con­trad­di­zione, cioè quando com­pie l’indispensabile movi­mento che, par­tendo da una astra­zione, giunge a quella con­tin­genza che con­sente, come viene sug­ge­rito da qual­che filo­sofo, di pen­sare la Poli­tica. La forma espo­si­tiva scelta da Har­vey rende dun­que il libro godi­bile e, al tempo stesso, è una delle migliori espres­sioni di quella ana­lisi cri­tica sul «capi­ta­li­smo estrat­tivo» che rap­pre­senta uno dei ten­ta­tivi più con­vin­centi di inno­vare il marxismo.

QUE­STIONI DI METODO

Rileg­gendo il Marx dell’accumulazione pri­ma­ria, Har­vey sostiene che gran parte delle stra­te­gie capi­ta­li­sti­che sono incen­trate sull’appropriazione pri­vata di ciò che viene pro­dotto col­let­ti­va­mente, dei ser­vizi sociali, dei beni comuni tan­gi­bili (terra, acqua) e «arti­fi­ciali» (l’energia, la cono­scenza en gene­ral, la mappa del Genoma umano) facendo leva sulla pri­va­tiz­za­zione del wel­fare state o attra­verso le norme domi­nanti sulla pro­prietà intel­let­tuale. Gli stru­menti pri­vi­le­giati per rag­giun­gere tale obiet­tivo sono: l’«occupazione» dello stato nazio­nale da parte dello stesso capi­tale; la limi­ta­zione della sovra­nità nazio­nale attra­verso gli orga­ni­smi sovra­na­zio­nali come la banca mon­diale, il fondo mone­ta­rio inter­na­zio­nale, il Wto o gli accordi regio­nali per il libero mer­cato; l’attivazione di norme e regole affin­ché que­sto accada da parte del potere poli­tico, come accade in Cina e per altri versi in India. Una vera e pro­pria espro­pria­zione della ric­chezza sociale che alterna auto­ri­ta­ri­smo a pra­ti­che ege­mo­ni­che nella società.
Sono anni che David Har­vey scrive del regime di accu­mu­la­zione per espro­pria­zione. Anche in que­sto sag­gio il tema è pre­sente, ma l’autore è però inte­res­sato a com­pren­dere se la crisi attuale sia «quella finale» o meno. La rispo­sta che for­ni­sce rin­via a una pre­li­mi­nare que­stione di metodo. Har­vey sostiene che le con­trad­di­zioni siano imma­nenti al capi­ta­li­smo, ne hanno pun­teg­giato lo svi­luppo, rap­pre­sen­tan­done un fat­tore dina­mico. Per affron­tare le con­trad­di­zioni il capi­tale, cioè un pre­ciso rap­porto sociale di pro­du­zione, ha fatto leva sia su fat­tori interni che esterni. Ha cioè modi­fi­cato ognuno dei tre grandi momenti di rea­liz­za­zione del pro­fitto: la pro­du­zione, il con­sumo e la cir­co­la­zione delle merci. Ha poi fatto leva sulla finanza lad­dove si pre­sen­tava un pro­blema di rea­liz­za­zione del pro­fitto per sovrap­pro­du­zione di merci, oppure ha favo­rito il cre­dito al con­sumo, met­tendo così in conto l’indebitamento sia delle imprese che dei sin­goli. La finanza ha inol­tre pro­dotto denaro a mezzo denaro. E se que­sti sono sto­ri­ca­mente i fat­tori interni, quelli esterni sono da cer­care nella tra­sfor­ma­zione per via poli­tica di aspetti del vivere in società in set­tori capi­ta­li­stici. Inte­res­santi come sem­pre sono le pagine che Har­vey dedica alla pro­du­zione dello spa­zio come esem­pli­fi­ca­zione di un uso capi­ta­li­stico della città e del ter­ri­to­rio, argo­mento che ha costi­tuito l’asse por­tante del suo pre­ce­dente Città ribelli (il Sag­gia­tore).

LO SVI­LUPPO DISEGUALE

Una volta sta­bi­lito che la con­trad­di­zione è il pane quo­ti­diano del capi­tale, Har­vey comin­cia ad ana­liz­zarle una ad una. Ne esce fuori un pano­rama tema­tico che un let­tore di Karl Marx non ha dif­fi­coltà a rico­no­scere: valore d’uso e valore di scam­bio, il valore sociale del lavoro e la sua rap­pre­sen­ta­zione mediante il denaro; pro­prietà pri­vata e Stato capi­ta­li­stico; appro­pria­zione pri­vata e ric­chezza comune; capi­tale e lavoro; capi­tale come pro­cesso o come cosa?; l’unicità con­trad­dit­to­ria di pro­du­zione e rea­liz­za­zione; tec­no­lo­gia e lavoro; divi­sione del lavoro; mono­po­lio e con­cor­renza: cen­tra­liz­za­zione e decen­tra­mento; svi­luppi geo­gra­fici diso­mo­ge­nei e pro­du­zione dello spa­zio; dispa­rità di red­dito e di ric­chezza; ripro­du­zione sociale; libertà e domi­nio. Chiu­dono il volume le tre con­trad­di­zioni che potreb­bero por­tare al col­lasso la società del capi­tale: cre­scita com­po­sta senza fine; la rela­zione del capi­tale con la natura; la rivolta della natura umana: alie­na­zione uni­ver­sale.
Ciò che rimane sullo sfondo nell’analisi di Har­vey è come il governo delle dicias­sette con­trad­di­zioni pre­sen­tate in que­sto libro abbia ter­re­mo­tato il capi­ta­li­smo glo­bale, modi­fi­can­done le gerar­chie e pro­vo­cando il declino eco­no­mico e poli­tico di intere aree geo­gra­fi­che alla luce del dina­mi­smo, anche qui eco­no­mico e poli­tico, di alcuni paesi emer­genti. È evi­dente che l’idea di una rap­pre­sen­ta­zione del capi­ta­li­smo glo­bale come un flusso ordi­nato, «liquido» di merci, capi­tale, uomini e donne debba lasciar posto a una realtà mar­chiata da con­flitti sociali, di classe, geo­po­li­tici. E altret­tanto evi­dente è una pro­gres­siva dele­git­ti­ma­zione del «Washing­ton Con­sen­sus». Ma non è certo scon­tata la sua sosti­tu­zione con un «Bei­jing Con­sen­sus». Si potrebbe affer­mare che l’analisi di come sono gestite e prime quat­tor­dici con­trad­di­zioni inda­gate da Har­vey mani­fe­sti l’incapacità delle forme poli­ti­che domi­nanti in Europa e Stati Uniti a for­nire rispo­ste capaci di rilan­ciare lo svi­luppo eco­no­mico. E che ha molte frecce nel suo arco la tesi secondo la quale il modello cinese e, in misura diversa, anche quello indiano o bra­si­liano o suda­fri­cano, basato su un forte inter­ven­ti­smo eco­no­mico e poli­tico dello Stato nazio­nale, abbia tutte le carte in regola per mani­fe­stare un’egemonia pla­ne­ta­ria fino a pochi anni fa impen­sa­bile.
Il libro di Har­vey non è però un trat­tato di geo­po­li­tica, disci­plina che riduce lo svi­luppo capi­ta­li­sta a mera espres­sione di poli­ti­che di potenza di que­sto o quel paese. In un recente semi­na­rio orga­niz­zato a Pas­si­gnano sul Tra­si­meno dal gruppo di ricerca Euro­no­made, il rap­porto tra svi­luppo eco­no­mico e «que­stione geo­po­li­tica» è stato varia­mente affron­tato. In quella sede David Har­vey è stato molto attento a inscri­vere le poli­ti­che di potenza den­tro le «pra­ti­che ege­mo­ni­che» che hanno carat­te­riz­zato le rela­zioni tra Stati nel Nove­cento, evi­den­ziando le varia­zioni nelle «geo­me­trie dell’imperialismo». Ha ricon­dotto cioè le poli­ti­che di potenze degli stati nazio­nali e degli orga­ni­smi sovra­na­zio­nali a espres­sione delle stra­te­gie del capi­tale quando aggira limiti posti all’esercizio del suo potere sulla società; e sul lavoro vivo. È certo inte­res­sante capire se gli Stati Uniti stiano in una fase di declino, deter­mi­nando l’emergere di un mondo mul­ti­po­lare che veda la Cina tra­sfor­marsi, oltre che in super­po­tenza eco­no­mica anche in super­po­tenza poli­tica e mili­tare. D’altronde tutti gli indi­ca­tori eco­no­mici e sociali sem­brano con­fer­mare che Washing­ton non abbia più la capa­cità eco­no­mica di con­di­zio­nare lo svi­luppo eco­no­mico a livello pla­ne­ta­rio. Sono infatti molti i fat­tori che entrano in campo per cer­ti­fi­care l’effettivo declino del made in Usa: l’aumento della povertà negli Stati Uniti, la feroce con­cor­renza nel sistema della for­ma­zione d’eccellenza che sta met­tendo in seria dif­fi­coltà le uni­ver­sità «eccel­lenti» sta­tu­ni­tensi, un pro­cesso pro­dut­tivo di inno­va­zione tecnico-sociale cheha base planetaria.

FACILI PRO­FE­ZIE

L’aumento della povertà negli Usa e nel mondo fa certo gri­dare alla scan­dalo Nobel per l’economia come Joseph Sti­glitz e Paul Krug­man, ma è anche l’indicatore che il capi­ta­li­smo sta­tu­ni­tense non garan­ti­sce più un aumento del benes­sere di tutta la popo­la­zione. Allo stesso tempo, le uni­ver­sità ame­ri­cane non sono più l’unica meta dei cer­velli in fuga dalle mise­rie dei loro paesi d’origine. Flussi signi­fi­ca­tivi di gio­vani ricer­ca­tori sono stati infatti regi­strati verso altre realtà nazio­nali, men­tre è altret­tanto evi­dente il «ritorno in patria» di ricer­ca­tori indiani, cinesi, malesi, filip­pini dopo un periodo di for­ma­zione e lavoro uni­ver­si­ta­rio negli Stati Uniti. Per l’innovazione, invece, svolge un ruolo di deter­ri­to­ria­liz­za­zione il fatto che sia la Rete l’ate­lier delle mag­giori inno­va­zioni tecnico-sociali degli ultimi decenni.
Altre volte in pas­sato è stato però pro­no­sti­cato il tra­monto del domi­nio ame­ri­cano. E ogni volta tali pro­fe­zie sono state smen­tite dopo che gli Stati Uniti hanno rispo­sto alle loro imprese mul­ti­na­zio­nali. Inve­stendo in ricerca e svi­luppo, defi­nendo le regole del com­mer­cio inter­na­zio­nale a favore degli Stati Uniti. Oppure Washing­ton ha agito poli­ti­ca­mente per emar­gi­nare o inde­bo­lire eco­no­mie emer­genti, come ha fatto negli anni Ottanta e Novanta con il Giap­pone. L’egemonia del made in Usaè stata ripri­sti­nata man­te­nendo ben salda la lea­der­ship in set­tori stra­te­gici dello svi­luppo capi­ta­li­stico – la ricerca e svi­luppo e la finanza: ma sono pro­prio in que­sti set­tori che l’egemonia sta­tu­ni­tense è for­te­mente messa in discus­sione dalle stra­te­gie poli­ti­che nazio­nali e dal dina­mi­smo eco­no­mico dei paesi emer­genti, Cina in testa.

MATRI­MO­NIO DI INTERESSE

David Har­vey è però inte­res­sato a com­pren­dere bene le dina­mi­che attra­verso le quali opera il «capi­ta­li­smo estrat­tivo». Le Dicias­sette con­trad­di­zioni e la fine del capi­ta­li­smo è quindi da con­si­de­rare una riu­scita rap­pre­sen­ta­zione pro­prio di que­sta appro­pria­zione pri­vata della ric­chezza comune. C’è però da dire che la capa­cità «estrat­tiva» poco o nulla a che vedere con un’estrazione che avviene ex-post, bensì è ine­rente al regime di accu­mu­la­zione capi­ta­li­stica. Tanto la pro­du­zione, il con­sumo, la cir­co­la­zione delle merci e la finanza sono «messi in forma» pro­prio affin­ché lo sfrut­ta­mento del lavoro vivo e della coo­pe­ra­zione sociale sia imma­nente al fun­zio­na­mento dell’economia e della poli­tica. Da que­sto punto di vista, il matri­mo­nio tra eco­no­mia e poli­tica è da sem­pre la con­di­zione neces­sa­ria affin­ché il capi­ta­li­smo pre­senti la sua carat­te­ri­stica «estrat­tiva». Ed è in un con­te­sto, come quello attuale, che il matri­mo­nio è stato sciolto affin­ché l’economia gesti­sca diret­ta­mente gli affari poli­tici che il capi­ta­li­smo rivela la sua vio­lenza nel pla­smare le vite di uomini e donne. L’espropriazione della ric­chezza riduce al minimo le media­zioni, sve­lando così l’incapacità del capi­tale a «fare società». E la neces­sità che il «fare società» torni ad essere un obiet­tivo poli­tico. In fondo, la posta in gioco è come «espro­priare gli espropriatori».