segnalazioni librarie

- La società degli amatori 

http://www.liguori.it/schedanew.asp?isbn=5916

- Teorie e pratiche del web

https://www.mulino.it/isbn/9788815248374

- Apple come esperienza religiosa

http://www.mimesisedizioni.it/Il-caffe-dei-filosofi/Apple-come-esperienza-religiosa.html

Le ricer­che rela­tive agli effetti sociali pro­dotti dai media hanno all’incirca un secolo di vita. Si sono dap­prima occu­pate della radio e della stampa e poi della tele­vi­sione, met­tendo chia­ra­mente in luce l’importante ruolo sociale rive­stito da tali mezzi di comu­ni­ca­zione. Hanno dimo­strato come i media tra­di­zio­nali eser­ci­tino un’influenza sui sin­goli e sulla cul­tura col­let­tiva. Ora gli studi su que­sta mate­ria comin­ciano a dedi­carsi anche agli effetti pro­dotti dall’ultimo arri­vato: il Web. Da que­sto punto di vista siamo ancora agli inizi, ma alcuni libri usciti di recente con­sen­tono di avviare una rifles­sione sul ruolo che la Rete tende ad occu­pare oggi all’interno della società con­tem­po­ra­nea.
L’elevata dif­fu­sione dei per­so­nal com­pu­ter e dell’utilizzo di Inter­net ha enor­me­mente faci­li­tato, negli ultimi anni, lo svi­luppo di pra­ti­che crea­tive ama­to­riali, per­met­tendo inol­tre di con­di­vi­dere con altri quello che si è creato. Que­ste pra­ti­che con­si­stono gene­ral­mente nel ten­ta­tivo di pren­dere qual­cosa che già esi­ste nel mer­cato e nella cul­tura sociale e di rie­la­bo­rarlo a pro­prio pia­ci­mento, rein­ter­pre­tando il frutto di un lavoro che è stato rea­liz­zato da qual­cun altro. Quindi, più che di una vera crea­ti­vità, si tratta di una atti­tu­dine «di seconda mano».

LE ABI­LITÀ DEL BRICOLEUR

Il socio­logo fran­cese Patrice Fli­chy ha ana­liz­zato le pra­ti­che espres­sive e crea­tive nel volume La società degli ama­tori. Socio­lo­gia delle pas­sioni ordi­na­rie nell’era digi­tale (Liguori, pp. 112, euro 11,99). A suo avviso, la figura dell’amatore è sem­pre esi­stita (hobby, gio­chi, arti­gia­nato), ma attra­verso il Web è in grado di gua­da­gnarsi una note­vole visi­bi­lità. Le sue atti­vità però non sono orien­tate verso la rea­liz­za­zione di pro­dotti arti­stici ecce­zio­nali o sco­perte scien­ti­fi­che ori­gi­nali e inno­va­tive, ma sono con­cen­trate sul pia­cere di fare qual­cosa con le pro­prie mani, anzi­ché sulla ricerca di un ele­vato livello qua­li­ta­tivo del risul­tato finale.
Il sin­golo, insomma, come scrive Fli­chy, «non cerca di sosti­tuirsi all’esperto, né di agire come un pro­fes­sio­ni­sta; egli svi­luppa piut­to­sto un’abilità ordi­na­ria, acqui­sita con l’esperienza, che gli con­sente di rea­liz­zare, nel tempo libero, le atti­vità che ama e che ha scelto».
Gli indi­vi­dui che svi­lup­pano tali pra­ti­che crea­tive costi­tui­scono un signi­fi­ca­tivo gruppo sociale delle cui opi­nioni l’industria cul­tu­rale deve neces­sa­ria­mente tenere conto, ma que­sto non è che uno dei tanti stru­menti di cui le imprese attual­mente dispon­gono per met­tere a punto, in maniera migliore, i loro pro­dotti e mes­saggi rispetto alle esi­genze dei con­su­ma­tori.
Non siamo di fronte a un movi­mento sociale «sov­ver­sivo» che mira a ribal­tare i rap­porti di potere tra­di­zio­nal­mente esi­stenti tra i con­su­ma­tori e l’industria cul­tu­rale, come alcune inter­pre­ta­zioni sorte negli ultimi anni hanno cer­cato di soste­nere.
C’è un aspetto però che vale la pena sot­to­li­neare rispetto alle espe­rienze ama­to­riali: hanno una grande visi­bi­lità sociale, ma coin­vol­gono solo una mino­ranza di per­sone. È più inte­res­sante, allora, andare a vedere gli effetti sociali di un’attività pro­dut­tiva che è molto meno visi­bile, ma che viene svolta in maniera con­ti­nua­tiva da tutti gli utenti del Web. Lo svi­luppo della Rete ha fatto com­ple­ta­mente sal­tare la tra­di­zio­nale distin­zione tra tempo libero e tempo di pro­du­zione. Ha spinto, inol­tre, tutti gli indi­vi­dui a for­nire un con­tri­buto al fun­zio­na­mento sul piano eco­no­mico e azien­dale della Rete. Que­sta, infatti, dipende in gran parte dall’enorme mole di dati e infor­ma­zioni che viene elar­gita dai com­por­ta­menti indi­vi­duali e che con­sente alle imprese di pro­durre valore.
L’obiettivo è quello di incre­men­tare le infor­ma­zioni di cui è pos­si­bile disporre: in que­sto modo, diven­tano più accu­rati i pro­fili dei con­su­ma­tori. È per que­sto motivo che Goo­gle, ad esem­pio, salva nei suoi com­pu­ter i trenta miliardi di ricer­che che i suoi utenti effet­tuano ogni mese, men­tre Face­book con­ti­nua a pos­se­dere la pro­prietà di tutte le infor­ma­zioni che ven­gono pub­bli­cate dal suo miliardo di utenti.

PUB­BLI­CHE ESPOSIZIONI

Il con­trollo di tali infor­ma­zioni con­sente di otte­nere un signi­fi­ca­tivo potere eco­no­mico, sia impie­gando in pro­prio le infor­ma­zioni che ven­den­dole ad altre imprese. Non è un caso, dun­que, che tutte le prin­ci­pali aziende ope­ranti nel Web dichia­rino soli­ta­mente di voler per­se­guire la libertà e la tra­spa­renza, men­tre in realtà il loro scopo è di spin­gere il più pos­si­bile gli utenti a met­tere in cir­colo delle infor­ma­zioni sulla loro vita. Quello che accade è che gli utenti, senza averne una grande con­sa­pe­vo­lezza, «ven­dano la loro vita» e, di con­se­guenza, attra­verso quest’azione otten­gano il risul­tato d’incrementare i pro­fitti delle sud­dette aziende.
Tutto ciò è reso pos­si­bile dall’atteggiamento oggi pre­va­lente presso gli utenti, i quali riten­gono che la pro­pria espo­si­zione nel Web debba essere con­si­de­rata un giu­sto prezzo da pagare per avere la pos­si­bi­lità di disporre infor­ma­zioni e imma­gini rela­tive ad altre per­sone. D’altronde, sono anche con­vinti di poter sele­zio­nare tutto ciò che vogliono far cir­co­lare rispetto loro stessi. In realtà, ciò che met­tono sui social net­work diventa pub­blico, che que­sto sia nei loro desi­deri oppure no.
Una delle ragioni del grande suc­cesso che viene otte­nuto attual­mente dai social net­work risiede nel fatto che, con que­sti stru­menti, gli indi­vi­dui vivono l’illusione di poter con­ti­nuare a por­tare avanti delle atti­vità che hanno sem­pre pra­ti­cato (chiac­chie­rare con amici, scam­biarsi pet­te­go­lezzi, mostrarsi reci­pro­ca­mente foto­gra­fie delle vacanze, ecc.), ma con tec­no­lo­gie effi­cienti, avan­zate e alla moda.
In realtà, all’interno dei social net­work, que­sti com­por­ta­menti assu­mono un signi­fi­cato total­mente dif­fe­rente, per­ché non sono più liberi e ven­gono incor­po­rati all’interno di pre­cisi for­mat tec­nici, con il risul­tato che sono anche impo­ve­riti e stan­dar­diz­zati. Ma, soprat­tutto, non riman­gono più con­fi­nati all’interno di uno spa­zio ristretto e di natura pri­vata, per­ché sono tra­sfe­riti in un ter­ri­to­rio sociale molto vasto, dove ven­gono resi poten­zial­mente acces­si­bili da parte di grandi masse di persone.

I TEN­TA­COLI DELLA RETE

Inol­tre, pro­prio per­ché tra­sfor­mate da libera forma di socia­lità a socia­lità che è obbli­gata a rispet­tare dei pre­cisi stan­dard tec­nici, le atti­vità rela­zio­nali delle per­sone pos­sono essere gestite e mani­po­late dalle imprese ope­ranti nel Web. Dun­que, ven­gono anche incor­po­rate come pre­ziose risorse per la pro­du­zione di valore da quel potente sistema eco­no­mico su cui si basa il fun­zio­na­mento di Inter­net. Come con­se­guenza, l’exploit dei social net­work sta alte­rando la natura della comu­ni­ca­zione inter­per­so­nale, la quale era rima­sta pres­so­ché immu­tata per diversi mil­lenni.
Su que­sti impor­tanti temi la let­te­ra­tura scien­ti­fica è ancora scarsa in Ita­lia e molto vasta all’estero. Riman­diamo per­tanto, per alcune indi­ca­zioni di let­tura, alla scheda a fianco, per con­cen­trarci adesso su altri aspetti che sono meri­te­voli di atten­zione. Andrea Miconi ha ten­tato la fati­cosa impresa di rac­co­gliere e sin­te­tiz­zare i risul­tati delle ricer­che sugli effetti sociali pro­dotti dal Web nel volume Teo­rie e pra­ti­che del web (Il Mulino, pp. 178, euro 13). Dalla sua ana­lisi emer­gono i risul­tati di molti studi su cui non ci sof­fer­me­remo per­ché rela­tivi a ricer­che e autori ben noti. Ma affiora anche l’idea che oggi il Web sia molto potente: ciò dipende soprat­tutto dalla per­va­si­vità di tale stru­mento, dalla sua capa­cità di entrare in pro­fon­dità nella esi­stenza quo­ti­diana delle per­sone, tanto da far sal­tare la distin­zione tra vir­tuale e reale, luo­ghi della Rete e luo­ghi fisici. Non a caso le ricer­che mostrano che — più che creare nuovi legami — il Web serve gene­ral­mente a man­te­nere in vita alcuni rap­porti sociali che sono stati già sta­bi­liti. Insomma, la Rete si con­fi­gura come una spe­cie di «spec­chio della società».

UNA RELI­GIONE CAPITALISTA

Anche a livello più com­ples­sivo, dun­que, in essa non pos­siamo che ritro­vare, come dimo­stra Miconi, una sorta di foto­gra­fia di quella con­di­zione di disu­gua­glianza che rap­pre­senta la norma nel sistema sociale con­tem­po­ra­neo. Quella con­di­zione cioè carat­te­riz­zata dalla con­vi­venza tra un gruppo sociale com­po­sto da poche per­sone ric­che e masse ster­mi­nate di poveri. Certo, ciò non signi­fica che il Web non possa anche essere, in alcune occa­sioni, egua­li­ta­rio e demo­cra­tico. La regola, però, è che esso è gene­ral­mente orien­tato a pro­durre dispa­rità nelle con­di­zioni sociali. D’altronde, quello che abbiamo di fronte oggi è pur sem­pre un sistema capi­ta­li­stico, il quale, come è noto, ha nella disu­gua­glianza la sua carat­te­ri­stica pri­ma­ria. Il Web si intrec­cia sem­pli­ce­mente con tale sistema, raf­for­zan­dolo e poten­zian­dolo.
Sap­piamo da tempo gra­zie agli studi sto­rici e socio­lo­gici, a comin­ciare da quelli ben noti di Max Weber, che la reli­gione pro­te­stante ha avuto un ruolo cen­trale nello svi­luppo del sistema capi­ta­li­stico. Non è sor­pren­dente, per­ciò, che oggi ci sia chi tenti di sta­bi­lire un legame tra il mondo del Web e quello reli­gioso. È il caso del filo­sofo Anto­nio Guer­rieri, il quale, nel volume Apple come espe­rienza reli­giosa(Mime­sis, pp. 96, euro, 4,90), sostiene che la figura dell’imprenditore Steve Jobs e tutti quei feno­meni di acceso entu­sia­smo o vera e pro­pria devo­zione che alcuni utenti di Apple hanno mani­fe­stato verso tale logo, pos­sano essere rac­chiusi all’interno dell’etichetta «espe­rienza reli­giosa». Secondo Guer­rieri, non è cor­retto sco­mo­dare, in que­sto caso, con­cetti come chiesa, sacro, culto o reli­gione, che sono stati invece impie­gati da altri stu­diosi. È pos­si­bile però sta­bi­lire una pre­cisa con­nes­sione tra i feno­meni che riguar­dano Apple e una forma di reli­gio­sità debole.
Se poi si vuole defi­nire quel legame un po’ par­ti­co­lare di dot­trina reli­giosa, è neces­sa­rio guar­dare al mondo orien­tale. Guer­rieri, infatti, sot­to­li­nea la note­vole impor­tanza che la spi­ri­tua­lità e l’estetica Zen hanno avuto in pas­sato nella con­ce­zione dei pro­dotti Apple. Per­ché il design mini­ma­li­sta di tali pro­dotti ha mirato costan­te­mente a quella essen­zia­lità e a quella purezza che sono pro­prie di quella cul­tura. E ciò, appunto, spiega il grande suc­cesso otte­nuto da Apple sul mer­cato, almeno sino a quando a gui­darla è stato il suo fon­da­tore Jobs, devoto cul­tore di tutto ciò che affe­ri­sce all’universo Zen.

il Manifesto 29 luglio 2014

La fine delle hit parade

ANGELO AQUARO

L’UOMO che inventò l’hit parade era così ossessionato dalle classifiche che nel mezzo del cammin della sua vita finì per incartarsi lui stesso tra primo, secondo e terzo posto: delle donne nel suo cuore. Oh sì, è davvero una storia prima felice, poi dolentissima e funesta quella di Harry Thurston Peck, il dottissimo direttore di Bookman scandalosamente accusato di poligamia. Fu lui l’uomo che per primo concepì al mondo, anno 1895, una classifica dei bestseller, i libri più venduti d’America. Prima ancora che Billboard introducesse la sua ormai mitica Hot 100 dei dischi. Prima ancora che Frank Sinatra swingasse sulle onde medie dell’Nbc la canzoni di Your Hit Parade. Prima ancora che Arthur C. Nielsen inventasse l’Index che avrebbe classificato ogni minimo show in tv. E chissà cosa direbbe oggi, Mr. Peck, ascoltando il canto del cigno della sua invenzione. L’hit parade è morta: viva l’hit parade?

Le campane a morto fatte rintoccare su Time da James Poniewozik seppelliscono più di cent’anni di illusioni: «Si può ancora definire che cos’è davvero un hit?». La domanda è maliziosamente retorica: perché la risposta è no. Nell’era di Netflix, nell’era di Spotify, nell’era dell’on demand, dell’accesso continuativo e permanente, abbiamo ormai perso il minimo comun denominatore del successo. Nessun indice è più capace di indicarci la via dell’hit parade: per un pollice alzato su una piattaforma ci sarà sicuramente un altro pollice — e sarà verso — su un’altra. Un tempo, appunto, «misurare un successo era facile. Nielsen contava ogni spettatore e i network scambiavano tutti quegli sguardi con i quattrini versati dagli investitori». Ma adesso? Prendete la tv commerciale che ha sfornato i serial più famosi degli ultimi vent’anni, la Hbo, quella di Sex and The City, I Soprano e ora Trono di Spade.

Dice Poniewozik: «Hbo ha appena annunciato che Trono di Spade ha un’audience superiore a quella dei Soprano: ma davvero il paragone è possibile? Tony Soprano, che debuttò agli inizi degli anni ‘90, quando un telefonino pieghevole era il massimo della tecnologia, aveva forse il vantaggio di poter essere guardato su ogni superficie piatta più piccola di un trancio di pizza?».

Non è solo questione di canali e piattaforme: emittenti e riceventi, come diceva il vecchio Roman Jackobson. Qui ne va della ridefinizione del prodotto stesso: dell’aspirante hit. Il fenomeno era del resto già noto agli studiosi di estetica. Da Platone a Walter Benjamin il bello è passato dall’ideale inarrivabile alla riproducibilità tecnologica: dall’Iperuranio all’iPhone. Insomma non c’era soltanto da ridere nella vecchia battuta di Nino Frassica a Quelli della Notte : «Non è bello ciò che bello: ma che bello che bello che bello…». Non si sentiva l’eco — il Signore dei critici ci perdoni — di Gertrude Stein? Lo spiega bene Jean Clair riassumendo la filofia dell’arte Usa contemporanea — che poi sarebbe la culla della nostra pop culture fin qui vissuta di hit parade. «Al diavolo Ronsard e la sua nostalgia, al diavolo Proust e il suo cielo di Combray così singolare a quel giorno e a quell’ora, al diavolo Platone e il suo Bello ideale… “A rose is a rose is a rose”, un blu è un blu è un blu è un blu, un cubo è un cubo è un cubo…». E un successo è un successo è un successo: ormai così ontologicamente compiuto in sé da proliferare sui mezzi più diversi indipendentemente dal contesto che lo ha generato — un canale tv, una polemica culturale, l’industria libraria, Hollywood o Broadway. L’idea di successo per te, che hai Sky e ti godi Gomorra , non è la stessa idea di successo per me, che magari non pago neppure il canone Rai e mi attacco a Don Matteo.

Di più. Non ci aveva allertati Chris Anderson, giusto dieci anni fa, agli albori dell’era di iTunes, sul valore della “Coda Lunga”? Il successo, spiegava il fondatore di Wired , la bibbia della tecnologia, è sempre più “di nicchia”. La canzone singola che di fan in fan, di cult in cult, di dollaro speso in dollaro speso, accumula centinaia di migliaia di quattrini nel lungo periodo, ormai conta più del vecchio ellepì: anche se non finisce in classifica. E scriveva, Anderson, prima ancora che Spotify imponesse la legge dell’abbonamento che sta scardinando perfino gli iTunes di tutto il mondo: non paghi più né il singolo né l’intero ellepì, paghi il tuo bell’abbonamento mensile e ascolti tutta la musica che vuoi — dai Madrigali a X Factor. Risultato: se una volta bastava l’urlo di Lelio Luttazzi a ricordarci che cos’è un’“Hiiiiiit Paraaaade”, oggi ogni settimana ci sforna la sua brava classifica dei brani più scaricati da iTunes e di quelli ascoltati su Spotify in streaming, sulla nuvoletta virtuale che fantozzianamente ormai incombe sulla nostra vita quotidiana.

Insomma non è che i conti non tornino più: è che tornano su pallottolieri diversi. Come dimostra d’altronde il boom dei “listicles”, gli “articoli-lista” su cui oggi dibatte perfino il Nieman Journalism Lab , e che hanno fatto il successo — appunto — di siti come BuzzFeed: e sono praticamente tante piccole classifiche su ogni cosa, dal disco più stonato al libro più sporcaccione. E del resto che cosa se ne farebbe, oggi, l’industria libraria, delle ascisse e delle ordinate messe nero su bianco appena sette anni fa dal professor Alan T. Sorensen, Università del Wisconsin, in quell’informatissimo studio intitolato “Bestseller Lists and Product Variety” sul prestigioso Journal of Industrial Economics ? Qual è la lista dei bestseller che conta di più? Quella ufficiale o quelle che si rincorrono nei social e si spostano a ogni twittìo di opinion maker del web: da Emily Gould al nostro Roberto Saviano? Ci ha pensato Resolt-Source, agenzia di marketing di San Diego, a smascherare le bugie delle vecchie bestseller lists: dimostrando che ciascuno può trasformare il proprio romanzaccio in hit. Basta piazzare gli acquisti giusti nelle librerie giuste, quelle cioè conside- rate “che contano” dagli analisti del marketing.

E già: chissà cosa direbbe il povero Harry Thurston Peck, l’uomo che inventò l’hit parade. Per la cronaca, e per tornare alla sua storia, mentre divorziava dalla sua prima donna per sposare la seconda, l’esimio intellettuale fu portato a giudizio da una terza, che reclamava anche lei la promessa — drammatico esempio vivente di proliferazione di posti in classifica. Lo scandalo che ne seguì gli chiuse tutte le porte: tranne quella di un albergaccio. «Idolo letterario, decaduto, muore con un colpo di pistola in una camera da 4 dollari a Stamford, Connecticut»: così titolò il New York Times giusto cent’anni fa, 23 marzo 1914. La fine dell’hit parade cominciò davvero col suo inizio.

LA TESTIMONIANZA

Strane o fasulle ma le abbiamo tanto amate

GABRIELE ROMAGNOLI

COME per molte cose della vita, spesso tra le migliori, non ci abbiamo mai creduto, ma le abbiamo amate comunque. Le classifiche. Le top ten. Le hit parade. Per decenni, prima ancora che arrivasse Nick Hornby con le sue compilation mentali, ne siamo stati imbottiti da radio e riviste. Ascoltavamo, leggevamo: ipnotizzati. Se Punto 104 lanciava la lista degli ortaggi più venduti al mercato non cambiavamo stazione finché non si veniva a sapere se il leader assoluto era ancora il pomodoro, come la settimana scorsa, o era stato scavalcato dall’arrembante e metaforico cetriolo. Ad adescarci fu, in tenerà età, Lelio Luttazzi con il suo storico urlo: «Hit Paraaade!». Il suo conto alla rovescia emozionava quanto quello della Nasa. Si inventò l’Olimpo (i tre dischi più venduti), i record di permanenza in testa (impossibile scalzare Pensieri e parole di Lucio Battisti). Erano gli anni in cui radio e tv funzionavano inventando linguaggi, non storpiandoli. I dieci vinili più venduti furono una specie di serie di successo, tale da generare uno “spin-off”: Dischi caldi , presentato da Giancarlo Guardabassi, un personaggio che andrebbe nella top ten dei conduttori (figlio di un conte e una baronessa, fu il primo dj all’americana, condusse un Sanremo per 800 mila lire, poi scelse la nicchia felice e creò Radio Aut Marche).

Inevitabilmente “video killed the radio stars”, ma fu quasi un dispiacere vedere la versione televisiva: Superclassifica Show , di Maurizio Seymandi, che per la generazione successiva è stata la madre di tutte le classifiche. Sarà perché veniva dalla radio, ma Seymandi ne fece un successo immenso che i suoi eredi, quand’anche famosi come Gerry Scotti, o carini come Martina Colombari, non seppero eguagliare. Le classifiche dilagavano, erano ovunque. Si metteva in fila qualsiasi cosa. Rolling Stone sceglieva i 100 dischi della vostra vita, i supplementi culturali dei quotidiani ordinavano i bestseller e “la biblioteca ideale” (quasi mai un titolo coincidente), l’Anica Agis provvedeva a fornire la top ten al botteghino. Poi è cominciata l’ansia: “I 100 film che non puoi NON avere visto” (anche se per alcuni rimpiangerai le due ore spese, senza dirlo mai). L’angoscia pura: “I 100 luoghi dove devi ASSOLUTAMENTE andare prima di morire” (allegate il coupon per un check up, così mi regolo).

Prima ancora che classificare il mondo diventasse impossibile, era diventato improbabile. Erano cominciate a filtrare voci, sempre più credibili, sul taroccamento delle liste. «I discografici pagano », «gli editori sanno in quali librerie si fanno i rilevamenti e condizionano i risultati », «l’auditel è truccato », «la giuria di quella rivista è fatta dal suo direttore e basta». Va bene. Ma noi siamo quelli che non abbiamo mai creduto a Sanremo, né al premio Strega o al David di Donatello (l’Oscar? Dai, siamo seri). Che facciamo, dobbiamo diventare “atei”? Non crediamo né allo stato né al mercato? La differenza è che mentre i premi e i festival, con il loro cerimoniale da messa santissima ci annoiano, le classifiche ci divertono. Sono improvvisate, fasulle, impossibili? L’implausibile è ciò a cui abbiamo affidato il meglio di noi: sentimenti e speranze. Molti seguivano le top ten per avere una guida: sentirsi rassicurati nella scelta: «Quel libro che stan leggendo tutti», «La canzone del momento». Altri per confermare il giudizio spregiativo sui consumi di massa: «Capisci, ascoltano Baglioni!», «Un Paese dove in libreria comprano tutti le barzellette di Totti, che Paese è?». Il nostro: ed è sempre utile ricordarlo.

Da quando c’è Internet è possibile accedere a classifiche di ogni genere: clicchi e già ti informano che stai leggendo il quinto testo più cliccato di quel sito. Vuoi non vedere qual è il quarto? Il terzo? Il primo? Il meccanismo funziona e sempre funzionerà. È il più vecchio e collaudato del mondo: vogliamo vedere come va a finire, che cosa c’è in cima, dietro l’ultima porta. Se c’è il nulla: toh, ci avevamo preso.

la Repubblica 27 luglio 2014

Donne contro le ragazze che sfidano il femminismo

FEDERICO RAMPINI

CERCATE online “womenagainstfeminism” e vi appaiono subito. Un esercito crescente di anti-femministe. O post-femministe? Sono decine di migliaia e i loro messaggi aumentano di giorno in giorno. I loro volti sono giovani. “Donne contro il femminismo”, è un nuovo fenomeno virale. Oltre 12.000 solo su Facebook, ancora più numerose su Twitter e Tumblr. Il loro slogan è preceduto dallo “hashtag”, il segno # che spesso segnala movimenti, appelli, correnti d’opinione. Si firmano con nome e cognome, si fanno il selfie, ci mettono la faccia. Sulle foto esibiscono un sorriso e un foglietto con lo slogan che spiega le loro ragioni. «Dico no al femminismo perché non mi sento oppressa», «non mi piace fare la vittima», «siamo già eguali », «non sento il bisogno di affermarmi con la prepotenza», «non voglio giudicare tutti gli uomini generalizzando le violenze di pochi». A prenderlo sul serio sono le femministe: manifestazioni di piazza, cartelli, cortei e contro-appelli, anche loro invadono la blogosfera in difesa «del femminismo che non è affatto superato » e reagiscono con gli stessi strumenti.

COME la campagna Why we need feminism, «Perché abbiamo bosogno del femminismo». Tra i primi a capire l’importanza del fenomeno, sono due superblog creati da donne, The Daily Beast fondato da Tina Brown e The Huffington Post di Arianna Huffington. Il primo reagisce con un titolo sferzante rivolto alle giovani: «Voi non odiate il femminismo. Semplicemente non lo capite». La Huffington affida uno dei commenti di punta a Lynsi Freitag, scrittrice e militante per i diritti umani: «Quello che sta accadendo è importante. È frutto dell’ignoranza. È anche colpa nostra, se non abbiamo spiegato cos’è il femminismo… alle donne!». Prosegue spiegando perché lo slogan “anti—“ è un errore grave. L’eguaglianza resta una battaglia attuale, anche in America. Che si tratti delle retribuzioni sul lavoro, delzioni la rappresentanza politica, del peso imprenditoriale, «è davvero terribile se passa l’idea che il femminismo è superato, obsoleto».

Ma questa è l’America di Hillary Clinton, Michelle Obama, Sheryl Sandberg (Facebook), quarantenni, cinquantenni, sessantenni all’apice del successo professionale. Qui sono concepibili traguardi impensabili ai tempi delle femministe storiche come Betty Friedan, Germaine Greer.

Tra le giovani, pesano anche degli scandali che fanno male, Time ricorda i casi di studentesse che in preda all’alcol hanno rapporti sessuali con compagni di università poi si pentono da sobrie, denunciano lo stupro, e la giustizia è sempre dalla loro parte. Ci sono i “club delle seconde mogli” che attirano l’attenzione sui pochi diritti dei padri divorziati, spesso privati di ogni rapporto con i figli.

Scatta anche un fastidio verso quegli stereotipi che descrivono forme di lotta violente, un femminismo irato, acido o rancoroso. Proprio in questi giorni riemergono sulle pagine del New York Times le foto “Wanted” che la polizia di New York pubblicava per indicare le suffraggette ricercate, accusate di reati in occasione delle manifestazioni del primo Novecento per il diritto di voto. Curiosamente, è come se quelle foto di un secolo fa s’incollassero alle immagini successive, quelle delle manifesta- per l’aborto negli anni Sessanta. Quasi che certe ragazze di oggi ricordino solo l’aspetto sgradevole di quelle battaglie, sorvolando sui risultati.

Il movimento “donne contro il femminismo” è stato preceduto, da altre fratture. Da tempo le chiese evangeliche, i cristiani rinati, i fondamentalisti della destra religiosa americana hanno fatto breccia anche tra giovani donne, esiste un filone anti-abortista tra le ragazze che attaccano il femminismo. Altre forme di ripensamento sono più sottili perché vengono dalle punte avanzate dell’emancipazione femminile. Ha creato uno shock il saggio di Anne-Marie Slaughter pubblicato sulla rivista progressista The Atlantic con il titolo «Perché le donne non possono avere tutto ». La Slaughter è una femminista-realista, brillante intellettuale, docente universitaria, collaboratrice della Clinton al Dipartimento di Stato, in quell’articolo ha consegnato una descrizione sofferta di quelle donne in carriera che cercano di unire al successo professionale il matrimonio perfetto, la maternità esemplare, l’educazione impeccabile dei figli, la cura estetica del proprio corpo. Poi c’è stato il “caso Mayer”, quando la chief executive di Yahoo Marissa Mayer dopo il parto decise di accorciarsi la maternità a poche settimane. Caso pubblicizzato a oltranza, da lei stessa. Creando un precedente tremendo, una pressione inaudita sulle sue dipendenti. Se vuoi essere una donna appagata devi trasformarti in Superwoman? La giornalista Cathy Young su Time dà il giudizio più accurato su questo nuovo movimento. È sempre esistito un anti-femminismo al femminile: ricorda la Young, veniva dalle donne che difendevano un ruolo tradizionale, “casa e Chiesa”. Ma nel fenomeno Women Against Feminism la Young vede «tante ragazze che fanno le domande giuste, non sopportano gli stereotipi che riducono tutti gli uomini a predatori e tutte le donne a vittime». «Un vero movimento per l’eguaglianza — conclude l’analisi su Time — dovrebbe proteggere le vittime della violenza domestica anche quando sono uomini. Dovrebbe sostenere sia le donne che gli uomini nei loro diritti come lavoratori, e come genitori».

Non scherzate col fuoco i diritti vanno difesi E molto resta da fare

NADIA URBINATI

NON da oggi, la diaspora è una caratteristica dei movimenti di emancipazione soprattutto quando le loro lotte hanno registrato successi. «Il femminismo non serve più», è «una cultura tossica», dicono le giovanissime che hanno dato vita a Women Against Feminism . Vogliono essere «individui e basta ». Possono dirlo perché c’è stato il femminismo e i giudici e le corti sono molto sensibili ai temi della discriminazione di genere. Per questo nelle facoltà di legge le diplomate hanno sorpassato i diplomati.

È comprensibile che le ragazze sentano insopportabile il peso della differenza; ma c’è il rischio che anche qui succeda quel che è successo per le classi lavoratrici, che hanno visto cancellati i diritti di tutela del lavoro in cambio di nulla. Si può capire il senso di liberazione che hanno le giovani ribelli quando dicono di potersela cavare da sole. Ma la recrudescenza della lotta sociale dovrebbero far pensare che i diritti non sopravvivono da soli, senza la loro sorveglianza. E poi, le cose non vanno proprio così bene: spesso gli stipendi delle donne sono a uguale produttività meno alti di quelli dei colleghi maschi, e la presenza femminile diminuisce più si sale la scala gerarchica. Non scherziamo col fuoco care ragazze: quando si tratta di combattere per una carriera mai acquisita, di contrattare un tempo di lavoro più elastico per chi voglia godere della libertà di fare figli, la legittima volontà di essere eguali si scontra con una realtà recalcitrante all’eguale opportunità. Siamo proprio certe che «amo cucinare per il mio uomo e pulire la casa» non si riveli una trappola mortale per cui, oltre alle pentole e all’aspirapolvere resta molto poco e quel che resta ha anche minor valore sul mercato?

la Repubblica 26 luglio 2014

NEL luglio di settant’anni fa erano poche pagine, da nascondere sotto le vesti, pacchi di fogli infilati nelle borse della spesa, attraversando col cuore in gola i posti di blocco. Così, prendendo il nome da una rivista uscita in Francia nel 1937, redatta dalle donne antifasciste esuli a Parigi, nasceva “Noi Donne”, organo dei Gruppi di Difesa della Donna. E divenne, dopo la Liberazione, l’organo dell’Unione Donne Italiane, l’organizzazione femminile che a Bologna nel ‘49 contava 110 circoli sparsi tra città e provincia e ben 78.000 mila iscritte, il numero più alto in Italia. Le teneva insieme questa rivista tra il foglio politico e il settimanale con le rubriche di ricette e di moda, l’alternativa a “Grand Hotel”, anche in termini di copie: nei primi anni ‘50 la rivista ne vende in città 20mila, si trova in edicola, ma viene diffusa anche davanti alle fabbriche e in piazza: una cosa che allora poteva costare una denuncia da parte della polizia.

È su queste pagine che le operaie e le ragazze organizzano le iniziative per l’8 Marzo, qui scoprono delle lotte delle braccianti al Sud, colgono il mondo che si sta trasformando, parlano di aborto clandestino (le prime inchieste sono del ‘61), contraccezione e sessualità, ma gettano uno sguardo anche sulle lotte per i diritti civili in America, la letteratura francese, e, perché no, le mode che arrivano da Londra. A portare anche nelle case bolognesi “Noi Donne” sono le diffonditrici, una figura chiave per il successo, perché dietro c’è l’idea di creare un rapporto con le lettrici. Apprezzamenti e pure critiche al giornale arrivano da questi colloqui, un aspetto molto curato del rapporto tra chi scrive e chi legge. La fortuna del settimanale nasce anche da quello. E alle diffonditrici più brave viene assegnato un premio.

Sono loro a tenere insieme piccole isole di comunità fatte di casalinghe, lavoratrici a domicilio, ex operaie licenziate, con un infaticabile lavoro casa per casa, davanti ai mercatini e alle scuole. È un canale di comunicazione vero che dona l’idea di muoversi insieme ad altre su temi comuni, su bisogni che vanno poi declinati collettivamente. Sono gli anni del boom economico e la rivista passa al colore. Anche Miriam Mafai entra nella storia della rivista, è il 1965 e mentre a Bologna si svolge la Festa campestre di “Noi Donne” (e due anni dopo si terrà la festa provinciale), lei ne diventa il direttore.

Sfogliando le pagine, le lotte operaie come quelle della camiceria Pancaldi si alternano alle ricette di Lisa Biondi. A Bologna, e a quanto si muove nel mondo femminile, non c’è numero sul quale non venga dedicato un servizio: perché è qui che nascono i consultori di quartiere, ed è qui che i temi della maternità e del lavoro, con la grande presenza femminile nelle fabbriche cittadine, acquistano il senso di vertenze pilota anche per il resto del Paese. La spinta per l’istituzione degli asili nido nasce anche da questo humus. «Noi donne andiamo spesso controvento», disse la Mafai, prendendo la direzione.

laRepubblica Bologna 25 luglio 2014

One second in my head,my head my
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Tying Tiffany

L’uomo superfluo di Ilija Trojanov


Ilija Trojanow

L’uomo superfluo

pp. 96 – € 10

Traduzione di Andrea Bianchi
Prima edizione giugno 2014
La popolazione mondiale aumenta a ritmo costante, le risorse scarseggiano, la crisi spinge molti paesi verso un baratro imminente. A questa emergenza le élite economiche e politiche – i cosiddetti potenti della terra – rispondono con un appello comune: bisogna affrontare il problema della sovrappopolazione del pianeta.
Ma se siamo troppi, chi tra noi è di troppo? La legge suprema del neoliberismo parla chiaro: è superfluo chi non consuma e non produce. Questo significa sacrificare i contadini del terzo mondo che praticano un’agricoltura di sussistenza, abbandonare i poveri che vegetano ai margini delle grandi metropoli, trascurare il sempre più nutrito esercito di disoccupati e precari che popolano i paesi occidentali. Considerare di troppo chi non vuole o non può prendere parte al grande gioco del consumo. Del resto, non è così che si garantisce la comoda sopravvivenza di quella ristretta minoranza che da sola detiene e controlla gran parte dei beni del pianeta?
In questo saggio breve e provocatorio, Ilija Trojanow analizza la crisi del sistema capitalistico e lancia un grido d’allarme sul futuro dell’umanità: non ci sarà pace né benessere senza un cambio di rotta, senza una più equa distribuzione delle risorse, senza un cambiamento radicale del nostro modello di sviluppo.
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Antro­po­logo, scrit­tore, appas­sio­nato redat­tore di diari di viag­gio, autore di una bio­gra­fia — Il col­le­zio­ni­sta di mondi, Ponte alla Gra­zie, sull’esploratore Richard Bur­ton — che ha sca­lato le clas­si­fi­che di ven­dita nel paese, la Ger­ma­nia, dove si è rifu­giato dopo essere fug­gito dalla Bul­ga­ria «socia­li­sta», Ilija Tro­ja­nov si misura con la crisi che sta rive­lando, que­ste le sue con­clu­sioni, una ten­denza sui­cida dell’economia di mer­cato. Infatti, il capi­ta­li­smo sta ren­dendo super­fluo l’essere umano, ridotto a merce di scarto, da rim­piaz­zare ogni volta che la sua dispo­ni­bi­lità al con­sumo dimi­nui­sce o quando le sue ener­gie fisi­che e intel­let­tuali hanno una pur lieve fles­sione (L’uomo super­fluo, Nutri­menti, pp. 94, euro 10). Ma sono merci da scar­tare anche molti gio­vani che, fre­schi di diploma o lau­rea si pre­sen­tano sul mer­cato del lavoro: per loro ci sono i mini-jobs intro­dotti in Ger­ma­nia. Una forza-lavoro usa e getta, che ha garan­tito alla Ger­ma­nia di man­te­nere alta la pro­dut­ti­vità e di disporre una fan­te­ria leg­gera da man­dare in pro­du­zione a qual­siasi con­di­zione.
Un qua­dro scon­for­tante, quello trat­teg­giato da Tro­ja­now. Il suo è un libro che non si con­cen­tra sulla logica al capi­ta­li­smo, dove la crisi è imma­nente al suo svi­luppo. Né è un pam­phlet sulle con­se­guenze nega­tive della glo­ba­liz­za­zione. Certo, forti sono le influenze delle tesi di Zyg­munt Bau­man sulla fab­brica degli «scarti umani». E tra le righe emerge anche una forte empa­tia con le teo­rie della decre­scita. Tutti ele­menti già ampia­mente svi­lup­pati da altri teo­rici. L’uomo super­fluo pre­senta ele­menti inte­res­santi quando si sof­ferma sulla gestione della crisi in Ger­ma­nia e quando evi­den­zia i mec­ca­ni­smi tesi a costruire il con­senso attorno a poli­ti­che sociali costi­tuenti su una gerar­chia sociale dove uomini e donne sono tutti poten­zial­mente super­flui.
Dei mini-jobs, la sag­gi­stica si è ampia­mente occu­pata. Poco, però, è stato detto su come la loro dif­fu­sione stia ride­fi­nito le rela­zioni sociali in Ger­ma­nia. Da una parte, il mer­cato del lavoro subi­sce una spac­ca­tura ver­ti­cale: da una parte un lavoro sala­riato a tempo inde­ter­mi­nato; dall’altra un numero sem­pre più alto di pre­cari, che vivono con un sala­rio decur­tato e che devono sem­pre più ade­guarsi a delle norme che impon­gono l’accettazione di qual­siasi lavoro per con­ti­nuare ad acce­dere ai ser­vizi sociali. La sag­gi­stica descrive tutto ciò work­fare. Evi­dente che le con­se­guenze siano una minore dispo­ni­bi­lità dei pre­cari tede­schi al con­flitto sociale e sin­da­cale.
Gli uomini che resi­stono a tale deriva devono quindi veder­sela con una società di zom­bie. Pre­ge­vole è infatti la parte dedi­cata alla for­tuna che hanno film sui vam­piri e sugli zombi.
I vam­piri e gli zom­bie sono la parte di popo­la­zione che vuole difen­dere lo sta­tus quo. Chi resi­ste sono coloro che non vogliono diven­tare super­flui. L’uomo super­fluo non è dun­que il per­dente, bensì il resi­stente, che a par­tire dalla pro­pria con­di­zione può sov­ver­tire l’ordine delle cose esistente.

Ilija Trojanow

Ilija Trojanow è nato a Sofia nel 1965. A sei anni fugge con la famiglia dalla Bulgaria e ottiene asilo politico in Germania, ma presto si sposta in Kenya, dove il padre trova lavoro come ingegnere. Nel 1985 lascia Nairobi e torna in Europa per studiare legge e antropologia a Monaco di Baviera. Qui fonda e dirige per alcuni anni due case editrici specializzate in letteratura africana. Dopo aver vissuto a Mumbai, Città del Capo e Magonza, si stabilisce infine a Vienna, dove risiede attualmente. Autore di più di venti libri tra romanzi, saggi e diari di viaggio, è stato tradotto in tutto il mondo e ha ricevuto numerosi riconoscimenti tra cui il Berliner Literaturpreis, il Preis der Leipziger Buchmesse e l’Adelbert-von-Chamisso-Preis. Il suo romanzo più noto, Il collezionista di mondi (Ponte alle Grazie, 2007), sulla vita dell’esploratore Sir Richard Burton, è stato un best seller internazionale.

Peppi Nocera 

"La presentatrice morta"

@casseroBO giovedì 24 luglio ore 21:30

dialoga con l’autore: Bruno Pompa

bookshop corner a cura della libreria Igor

"Il vero titolo di questa storia sarebbe un altro: la televisione morta. Io sono arrivato per caso in tv nel momento in cui i programmi li facevano un produttore editoriale e un gruppo di autori. Adesso invece c’è una figura che fa molto ridere: il capoprogetto. E’ tutto un capoprogettismo… Gli autori nelle riunioni stanno sempre zitti, si svegliano e dicono solo ‘rosso’, oppure ‘verde’. E pigliano tantissimi soldi per questo. Li detesto".

[Peppi Nocera]

È la sera della grandiosa festa del cinquantottesimo compleanno di Eda Dolci, star televisiva che ha fatto la storia del piccolo schermo. Bella, famosa e spietata, Eda ha un marito, due figli, un cane. Eppure nulla della sua esistenza è ordinario. Nemmeno il suo compleanno. Gli ospiti sono arrivati numerosi per celebrarla come merita, ma Eda Dolci non taglierà mai quella torta, perché giace indecorosamente morta nel suo lussuoso attico romano, con tanto d’occhio sbarrato e il filo della cornetta del telefono aggrovigliato alla mano. Il problema è che sono tanti, troppi quelli che l’avrebbero uccisa volentieri. Starlette, truccatrici, pierre, jet set internazionale e coatti palestrati di periferia. Perché Eda Dolci era temuta da alcuni, disprezzata da molti e amata da nessuno.

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