Fascisti: padri e figli

Signor Pasolini, perché tante giovani menti vengono attratte dal pericolo dell’idea fascista? Vivendo in una società di giovani, noi ci poniamo questa domanda e non sappiamo rispondere…

Michele Brucculeri, Daniele Squinzani, Torino

Le racconto un caso personale, un esempio.

Lei forse saprà o immaginerà come la mia vita sia funestata da una serie di doveri inutili. Un rispondere a vuoto a domande fatte a vuoto. Il vivere cioè in parte nel mondo della pseudo-cultura, o come dice più esplicitamente la mia amica Elsa Morante, dell’irrealtà.

Devo questo alla parte pubblica della mia vita: a quel tanto di me che non mi appartiene, e che è divenuto come una maschera da Nuovo Teatro dell’Arte; un mostro che deve essere quello che il pubblico vuole che sia. Io cerco di lottare, donchisciottescamente, contro questa fatalità che mi toglie a me stesso, mi rende automa da rotocalco e finisce poi per riflettersi su me stesso, come una malattia. Ma pare che non ci sia nulla da fare, Il successo è, per una vita morale e sentimentale, qualcosa di orrendo, e basta.

Molti, troppi giornalisti hanno finito col rappresentare, un po’ alla volta, questo mondo nemico che vuole che i suoi personaggi siano come lui crede che siano. E, un po’ alla volta, ho finito col provare, verso di loro, una specie di rancore, di risentimento oscuro, di patologica irritazione; solo la vista di un’edicola, in certi momenti della giornata, può farmi star male.

Bene, questo è un preambolo. Avrei potuto tenerlo anche per me, è vero. Ma lei mi comprenda.

Munito di questa prevenzione, di questa avversione sorda e dolorosa, non avrei voluto farmi intervistare, alcune settimane fa, per un rotocalco molto diffuso. Ho resistito a lungo. Poi ho ceduto, un po’ per debolezza (non sono capace di ostinarmi a negare un favore), un po’ per ingenuità (mi illudo sempre che le cose possano andar meglio di quanto si prevede per esperienza). Così mi sono fatto intervistare da una giornalista: una signora ancora giovane, un po’ pallida, ma dura di lineamenti: una tipica donna che viene dalla provincia e vive sola, del suo lavoro.

Ne ho avuto un’impressione buona: e non potevo tradire il rispetto che provavo per lei, dandole un’intervista di maniera, calcolata, fredda. Ho chiacchierato come con un’amica. Era anche il mio primo giorno di vacanza, dopo il lungo lavoro del doppiaggio di Mamma Roma: ero abbastanza di buon umore. Sono andato a prenderla a casa sua, in un bianco e bruciante lungotevere, siamo corsi festosamente per la via del Mare, verso Ostia, abbiamo fatto il bagno, in quella pace che è quasi un frastuono dei giorni più puri dell’estate. E abbiamo chiacchierato un po’ di tutto, di letteratura, di cinema, di noi. Per quanto mi consentiva la mia eterna timidezza, io cercavo di essere del tutto sincero con lei: e lo ero senza fatica, in realtà. Forse perché lei conosceva il suo mestiere, come un buon medico, un buon avvocato: che sanno ascoltare e farti dire, quasi col silenzio, quello che è necessario tu dica. Io me ne rendevo conto, e lo rispettavo, quel suo mestiere: era un titolo di merito per lei, di fronte a me.

Anche lei, del resto, mi parlava di se stessa, dei suoi problemi: la storia del suo matrimonio, la storia del suo lavoro: e suo figlio.

Ecco, suo figlio, un adolescente di quattordici o quindici anni, nato da un matrimonio felice-infelice, e ora solo con lei: un figlio fascista.

Perché era fascista? Forse per protesta contro di lei: l’eterna polemica dei figli contro i genitori, quando i genitori, in qualche modo, sono oggetto di una elementare ed inconscia condanna morale. O forse perché abbandonato a se stesso per molti mesi , con una governante indifferente, in un quartiere perbene della città, con compagni di scuola ricchi e stupidi e, praticamente, tutti fascisti. Una serie di concomitanze. Per creare questo fatto assurdo, doloroso: da far stringere i pugni di rabbia,da far venire un nodo alla gola per l’esasperazione.

Lei, la madre, era preoccupata: come di un piccolo dramma familiare e sociale. Mi diceva che stava lottando, col figlio, cercando di non prevaricare, di non ricattarlo in nome dell’autorità di madre o dell’esperienza. Era difficile, insomma. L’aveva portato a vedere Allarmi siam fascisti, e sperava, non senza qualche buon risultato. Il duce, almeno, era apparso al ragazzo come una figura un po’ pazzesca e ridicola. 

Poi il discorso sul figlio cadde, secondo la souplesse mondana di colloqui del genere, e passammo ad altro.

Così quella ragazza dal volto nudo e duro scomparve, con la prima giornata di vacanza dell’estate, dalla mia complicata esistenza.

Qualche settimana dopo, uscì il “suo pezzo” sul rotocalco. Era quanto di più offensivo si potesse scrivere nei miei riguardi: offensivo perché  scritto non dal solito imbecille che mi detesta in nome dei suoi padroni reali o immaginari, ma da una persona educata, civile, a un livello giornalistico buono. Mi offendeva il fatto di veder ribaditi, da quella persona che mi era parsa rispettabile, tutti i luoghi comuni che persone indegne di ogni rispetto hanno accumulato su me, per farne quella maschera da Nuovo Teatro dell’Arte che dicevo: “le esperienze violente”, la “poesia maudite”, l’abilità affaristica, la gratuità dell’uso del dialetto e del gergo. Giudizi da provinciale e da ignorante, che, quasi per inerzia, la mia amica di un giorno ha ripetuto con l’ebbrezza che dà l’ammiccare attraverso il luogo comune con dei sordidi complici. 

Ecco un’operazione fascista: ma fascista nel fondo, nei ripostigli più segreti dell’anima. L’Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo. Essere laici, liberali, non significa nulla, quando manca quella forza morale che riesca a vincere la tentazione di essere partecipi a un mondo che apparentemente funziona, con le sue leggi allettanti e crudeli. Non occorre essere forti per affrontare il fascismo nelle sue forme pazzesche e ridicole: occorre essere fortissimi per affrontare il fascismo come normalità, come codificazione, direi allegra, mondana, socialmente eletta, del fondo brutalmente egoista di una società.

In fondo, il figlio è meno fascista della madre: o, almeno, nel suo fascismo c’è qualcosa di nobile, di cui egli stesso non può essere certamente conscio: una protesta, una rabbia. Nella sua onestà di adolescente, egli capisce che il mondo in cui vive è, nel fondo, atroce: e vi si scaglia contro, con la forza dello scandalo che dà al ragazzo la sua idea di fascismo. Il fascismo della madre invece è cedimento morale, complicità con la manipolazione artificiale delle idee con cui il neocapitalismo sta formando il suo nuovo potere.

Confesso che ho provato un momento di rabbia quasi poetica, contro quella madre. E mi è venuto fatto di pensare che quel figlio fascista lei se lo meritava, era giusto: era una fatalità che aveva in sé un equilibrio perfetto tra il dare e l’avere. E anzi, mi è venuto anche l’impeto, subito represso, perché infine cattivo, di scrivere un epigramma con cui augurare ai miei nemici borghesi dei figli fascisti. Che vi vengano figli fascisti - questa la nuova maledizione - figli fascisti, che vi distruggano con le idee nate dalle vostre idee, l’odio nato dal vostro odio.

n°36 a.Xvii, 6 settembre 1962

Pier Paolo Pasolini

Le belle bandiere

La parola che preferisco è “ghingheri”, perché è una parola prigioniera: si usa soltanto nell’espressione “in ghingheri”. Mai nessuno che dica: “Come sei elegante con questo ghinghero!”, oppure: “Oggi ho comprato due splendidi ghingheri di Prada”. (E per di più, ormai esiste soltanto al plurale, ha perso la sua sostanza, viene menzionata solo sfuocatamente, in gruppo, la sua consistenza è indistinta, indefinibile.) Mi affascinano tutte le parole ostaggio di un’espressione avverbiale. Come il parente stretto di ghinghero: ganghero, che si usa soltanto in “uscire fuori dai gangheri”. A me invece piacerebbe riuscire a scrivere frasi così: “Mario si stava rilassando, poco a poco riuscì a rientrare dentro i gangheri”. Che cos’è un ganghero? E che cos’è un ghinghero? Non lo so. Anche per questo mi piace questa parola. Perché è enigmatica. E anche se me la spiega un dizionario etimologico, rimane una parola esotica, buffa, improbabile. E’ una di quelle parole fossili che sono state bloccate dentro un modo di dire, come gli insetti invischiati nella resina che poi è indurita, conservandoli intatti nella trasparenza carceraria dell’ambra. Mi piacerebbe riuscire a disincrostare queste parole. A rimetterle in vita, farle volare, di nuovo libere di attraversare tutto il linguaggio.

– Tiziano Scarpa (tratto da “Dizionario Affettivo della lingua italiana” a cura di Matteo B Bianchi, Fandango, 2008)

[Preview] Il programma eventi del Cassero torna con cadenza bimestrale grazie al lavoro redazionale di diversi gruppi. Il primo calendario di appuntamenti va dal 24 settembre al 22 novembre. 

Al centro di questa prima tranche di programmazione c’è la settimana di Gender Bender che anche nella declinazione notturna presso il Cassero sarà ricca di proposte. Cassero54 consolidata festa che aprirà le danze, la notte di Halloween ed un mercoledì molto militanz che inizierà con un corteo verso il cinema e si concluderà con l’arrivo della buon costume.

Numerose le novità. A partire da Eclectica, serata che ruota intorno ad un progetto musicale nato a Manchester e che si sta estendendo a numerose realtà europee, caratterizzato da una proposta elettronica e techno tutta al femminile. Neon Disco sarà il palcoscenico per un excursus tra i migliori party lgbt internazionali a partire dal ben noto Horse Meat Disco. Nuova partenza, ma in parte anche un caro ritorno, sarà quella di Pericolhouse, appuntamento mensile col clubbing di qualità: resident ed emergenti pronti a far salpare un nuovo esperimento. 

La Roboterie, Black Soviet, Pussy Galore, Feed the bears e Absolutely Queer Disco Night completeranno l’offerta dell’intrattenimento made in Cassero. 

In preparazione anche un momento quindicinale dedicato ai live set. 

Gli uffici e le strade diventano inumani quando vi dominano la rigidità, l’utilità e la competizione; diventano umane quando al loro interno vengono promosse interazioni informali, aperte e cooperative.

– Richard Sennett

Neil Gaiman “Odio i serial molto meglio i fumetti”

Mitologia pop e mostri nei racconti “rari” dello scrittore inglese

di ANTONELLO GUERRERA

«COME sto? Bene, grazie. Ho solo una vita molto impegnata. Dopo quest’intervista devo tornare alla mia nuova opera ». Neil Gaiman, pluripremiato scrittore britannico ma americano d’adozione, resta succube di un’ispirazione impetuosa. «Si tratta di una raccolta di racconti. Sarà pubblicata in America tra un anno e si chiamerà Trigger Warning ». Che in italiano sta per “Attenzione, linguaggio pericoloso”, o giù di lì. «Mi piaceva un titolo di due parole, come quello di Cose Fragili, cioè i sogni, le canzoni, le storie», spiega l’autore di Coraline e The Books of Magic, «tutte cose solo apparentemente inconsistenti, e invece indistruttibili ».

Cose fragili (Mondadori) è dedicato a Ray Bradbury, colleziona racconti rari e scapestrati di Gaiman e arriva ora in Italia sette anni dopo la versione originale. È un’opera preziosa per i milioni di fan del prolifico autore, ma anche trailer tentacolare per coloro che non hanno mai sfogliato suoi capolavori come American Gods o Sandman. Dèi inediti, mitologia pop, «Doyle e Lovecraft a Baker Street», incubi irresistibili, mostri periferici. Quello di Gaiman, dal fantasy alla filosofia antica, dai romanzi ai fumetti, è un affamato tornado di mondi.

Ma lei, Gaiman, come fa a essere sempre così produttivo? Dove trova l’ispirazione?

«Non lo so. Passano gli anni, ma è sempre più facile scrivere, avere nuove idee. Sa, mi piacerebbe molto essere un romanziere normale. E cioè: cercare materiale per la prossima opera, buttarla giù e via con un nuovo romanzo».

E invece?

«E invece no, sono diverso. Perché c’è troppo da dire nel mondo. La notte viene troppo presto, ho sempre lavoro arretrato. Sa, sono un caro amico di Terry Pratchett (lo scrittore britannico che ha rivelato di soffrire di Alzheimer, ndr). Nella sua situazione, molti avrebbero mollato. Lui no. E se ce la fa il povero Terry, posso farcela anche io».

Lei dice di non sentirsi un romanziere. Però ne ha scritti molti, di romanzi. E poi fumetti, sceneggiature, racconti, tv. Con quale mezzo preferisce esprimersi?

«Ognuno ha i suoi pregi. Ma contano soprattutto le limitazioni dei singoli generi. È come il tennis. Devi stare alle regole, scavalcare la rete. E ogni match ha una storia a sé. Ma se devo scegliere, scelgo i fumetti. Quando risfoglio quelli vec- chi mi emoziono molto».

Solo fumetti?

«Adoro anche gli spettacoli alla radio, che costringono l’ascoltatore a immaginare. E l’autore deve cesellare con la voce persino l’interpunzione».

Con una fruizione artistica sempre più globale ma frammentata, dove si nasconde oggi la vera fabbrica dell’immaginario mondiale?

«Nelle storie. In qualsiasi forma. Come 3 mila anni fa o in Shakespeare: l’importante è creare personaggi cui i lettori possono affezionarsi.

Negli anni ‘80 e ‘90, nel panorama letterario anglosassone, la forma della scrittura veniva considerata più importante della storia. Poi, per fortuna, il trend è cambiato. Perché le persone sono affamate di storie. La rivoluzione tecnologica di oggi sta rendendo l’arte sempre più democratica ed economica. Ma le persone preferiscono le cose prevedibili ».

Tuttavia, l’immagi- nario collettivo pare ricalibrarsi verso serie tv come House of Cards e Breaking Bad. Cosa ne pensa di questo fenomeno?

«Che non sono fenomeni culturali, ma di moda con salde fondamenta tecnologiche. Quelle serie non esisterebbero senza la televisione attuale, perché solo oggi si possono ricontrollare dettagli o guardarle a pezzetti. Terry Gilliam mi ha detto che la televisione è il nuovo cinema ».

E lei è d’accordo?

«No. Perché, nonostante l’hi-tech, resta televisione. Il fenomeno delle serie tv mi ricorda molto quello dei fumetti. Ma solo questi ultimi riescono a fornire un immaginario, a combinare mondo interiore ed esteriore. In film o serie tv non riesco a immedesimarmi. Con un romanzo è diverso. C’è molta più empatia. È più facile imbattersi in uno sterminato immaginario interiore, vedi il Caulfield del Giovane Holden di Salinger. Ma i fumetti riescono a suscitare entrambe le cose. E questa è la loro caratteristica straordinaria».

Nelle sue opere ci sono spesso eroi, nuove divinità che si scontrano. Chi sono gli eroi oggi?

«Non ho mai creduto negli eroi. Perché credo nella gente comune. Se credi negli eroi, devi far finta che non abbiano difetti. Ed è agghiacciante. Gli eroi sono sempre umani. Perfino nell’antichità gli eroi venivano distrutti dai loro difetti. Siamo troppo fragili per avere eroi. Robin Williams ne è stato la dimostrazione».

Lei lo conosceva?

«Era un amico di mio padre. Era così dolce, gentile, simpatico. Ma quando ci vedevamo mi accorgevo subito che non era l’eroe di cui parlavano tutti. Era “solo” un grandissimo attore. Molti, però, facevano lo stesso errore in cui cadono con sportivi, cantanti, politici: dimenticano che dietro “un eroe” c’è sempre un uomo. Il mio primo libro con Pratchett, Buona Apocalisse a tutti! lo dice: non contano le cose buone o cattive di una persona, e nemmeno quelle eroiche. Ma la sua umanità».

Nei suoi libri, però, e anche in Cose Fragili , c’è sempre una battaglia tra bene e male. Oggi come si distinguono queste due entità?

«Non credo che nelle mie opere questo limite sia così marcato. E questo è un altro lato dell’umanità che adoro. L’arte ci dà l’opportunità di metterlo chiaramente a fuoco».

Lei è molto presente sul web. Ha scritto opere quasi “collettive” con i suggerimenti dei suoi fan online. Cosa risponde a Jonathan Franzen, che nella Rete vede il male assoluto?

«Difficile. Sarebbe come rispondere a uno che ti dice: “Lei mangia troppo sushi!”. Molto tempo fa ho cominciato a interagire con i miei lettori sui forum, poi per 15 anni sul mio blog e ora su Twitter. Perché dovrei rifugiarmi in una torre d’avorio? Non potrei mai isolarmi dai lettori, mi insegnano tante cose, e tra queste la velocità del mondo di oggi. Quest’anno mi son preso qualche mese di pausa dai social media. Ma solo perché volevo annoiarmi un po’. Uno scrittore ha bisogno di noia».

In alcune sue opere, però, come American Gods , la tecnologia incarna dèi quasi malvagi.

«È vero. In tutto, c’è sempre un lato negativo, anche nella tecnologia. Al cinema, al ristorante, in metro. Oramai ognuno guarda al proprio smartphone come se venerasse un tempio dallo schermo nero. Quando salgo in treno, a volte ho il dubbio che ci siano ancora delle persone con me. E questo è molto triste».

la Repubblica, 9 settembre 2014

"The greatest thing you’ll ever learn
Is just to love and be loved in return”

Non cercare il favore della moltitudine: raramente esso si ottiene con mezzi leciti e onesti. Cerca piuttosto l’approvazione dei pochi; ma non contare le voci, soppesale.

– Immanuel Kant